Storia e tradizioni

Orazione funebre al Festival

Vestiti a lutto con le note della marcia funebre di Chopin

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Addio Caro Festival, caduto, offeso, oltraggiato nella tua bellezza, nel tuo spirito, nelle tue unicità, ben note a chi è cresciuto con te in unità.  Quanto è triste il passo di chi, cresciuto con te, ti ama ed or se ne allontana. L'aria ci par gravosa e morta, s'inoltra mesto e disattento, nella città attonita il pianto di noi tutti, che amiamo questo borgo, le sue luci, i suoi colori, un tempo rinvigoriti dal tuo incedere, caro Festival, sicuro, lesto, fulgido… Vola lontana, la ricordanza, quella schiudenteci la realtà remota di un’alta fase gaudiosa: non una mera kermesse di stagione calante, non un’elementar rassegna musicale o danzante, non un linear contenitore d’atipiche esteriorizzazioni artistiche, ma IL FESTIVAL DELLE SERRE, ossia un avvenente manifesto archetipico, relativamente ad una territoriale, sociale e politica concezione, amministrativamente nuova e di difficile, emulabile, percezione. In te, amico Festival nella tua struttura articolatamente fenomenale, nel tuo maestoso meccanismo gestionale, nella tua onirica valenza artistico – musicale, non dipendente dal bacino pecuniario comunale, risultava compendiato tutto l’orgoglio, tutta la tenacia, tutta la voglia di giungere a rendere questo nostro paese un aureo scoglio, un modello culturale evolutivo, contestualmente alla realtà, spesso problematica, di questo ameno angolo d’Italia, soventemente involutivo. Ma chi è venuto dopo non ha mai spinto, al di là di questi angusti confini endogeni, neppure un desiderio di riscatto fuggitivo; chi aveva insito in se tutti i disegni gretti d’un avvenire decadente, chi per due lustri, ha agito sol pel proprio vantaggio individualmente, ti ha sbalzato lontano, con una forza perversa ed a noi tutti avversa! Chi, un tempo (nel 2001), fu malauguratamente con la scheda designato, vigliaccamente ti ha seviziato, ridicolizzato ed infine ucciso, ed oggi tronfio va per i carruggi spenti di questa città, privata, scippata, derubata delle sue più care abitudini e disturbata nelle sue più care speranze. Questa città saluta quell’idea di sviluppo, quella spinta al progresso, quella mondana, pura, eccellenza donante linfa alla sua dignità, alla sua vicenda storica, alla sua giocondità, per avviarsi in balia di foschi orizzonti sconosciuti e freddamente apparenti; orizzonti che non ha mai desiderato conoscere, e non può, con l'immaginazione, dopo tanto torpore, arrivare ad un momento stabilito per il ritorno del solar tepore! Addio Festival, ove noi, osservando con curiosità infantile, imparammo a distinguere dal rumore dei passi appassionati, dal vociare dei visitatori estasiati, dai profumi di un'arte sublime, dal suonar dei nobili universal sospiri, il rumore d'un appuntamento ogni anno aspettato, atteso, accolto con misteriosa allegria. Addio sublime filosofia, idealità festivaliera, questa terra è ora per te casa straniera, casa inospitale, diroccata, incendiata: da essa va, sfugge, la speme d’un domani tranquillo, ma radioso. Addio dolce settembre nostro, dove l'animo tornò tante volte sereno, ritemprando i sensi di un'esistenza grama, alleviata dalla passione di chi ti aveva a cuore. Addio, magia settembrina, che incantasti i sogni di questa cittadina. Caro Festival…Dovevi essere solennemente, strenuamente protetto dal nostro amore: ma fosti tradito dall’odio di un’orda dedita solo al clientelar servigio ed avulsa dal collettivo impegno ligio. Addio, anzi, arrivederci, perché chi ha dato a te tanto amore è pronto a dar tutto per farti ritornar con florido ardore, perché la speranza nostra in un futuro migliore è più giusta, più grande, più forte di qualsivoglia distruttivo furore.  Tosto le cose muteranno ed a sorridere i nostri cuori torneranno! Ed anche tu, AMICO, COMPAGNO FESTIVAL, ritroverai, con passion, cotal forte, prestigiosa grandezza, che un tempo ti fece splendido alfiere della nostra fierezza.