Opinioni

Da Incubatore di Imprese a sala da pranzo

Palazzo SersaleLa storia del declino di un edificio che avrebbe dovuto essere volano dello sviluppo locale

Da Incubatore di Impresa a sala da pranzo: per Palazzo Sersale il declino è stato lento, inesorabile e mortificante; mortificante per chi ha lavorato e creduto in un ben altro progetto, mortificante per il territorio, mortificante per i cerisanesi. Di Pierfrancesco Greco

L’ultima notizia, quella relativa al bando, emanato dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Loris Greco, circa l’affidamento in gestione a terzi del Palazzo, per servizi di catering e covegnistica, costituisce solo il mesto capitolo conclusivo di una storia iniziata all’insegna dei grandi progetti, delle grandi aspettative, delle grandi illusioni; una storia finita ingloriosamente, come spesso accade nel sud, con le sale dell’antica residenza ducale cerisanese ridotte ad essere proscenio non di grandi iniziative finalizzate a nobili obiettivi, quali sviluppo, crescita, riscatto socio-economico e culturale a lungo termine, ma di più pratici, immediati e, diciamolo pure, prosaici pranzi e meeting assortiti. Cibo e parole: questo l’infimo destino del Sersale. Le premesse, come detto, erano ben altre; correva l’anno 2001, l’amministrazione era quella guidata da Franco Caputo, la stessa che negli anni precedenti s’era alacremente impegnata per trovare i fondi necessari alla ristrutturazione dello storico maniero cerisanese, dopo decenni di totale abbandono e degrado. E i finanziamenti erano stati celermente ed abilmente trovati; la Regione, in particolare, era disponibile a devolvere fondi, da destinare, questo è il punto nodale, alla realizzazione di botteghe artigiane: il progetto, approntato dagli allora organismi amministrativi comunali, andava speditamente in quella direzione e, perciò, i soldi regionali arrivarono puntualmente. Del resto, quel piano meritava attenzione e credito, poiché mirava a fare del Palazzo Sersale una sorta di locomotiva socio-economica e culturale, non solo per il territorio cerisanese, ma per l’intero comprensorio delle Serre e dell’hinterland cosentino: un Incubatore di Imprese, questo sarebbe dovuto divenire il Sersale nelle intenzioni dell’allora amministrazione, ossia uno spazio di crescita e sviluppo, un’occasione di realizzazione personale e professionale per quei giovani che si fossero dimostrati capaci di far rifiorire la gemma dell’artigianato sul territorio cerisanese e cosentino; un modo, in altre parole, di creare, in un contesto antropologicamente e strutturalmente problematico e complesso come il meridione, un’oasi d’eccellenza sotto il profilo del progresso, facendo leva sulle risorse umane, economiche e culturali di provenienza endogena e, nel contempo, aprendosi all’esterno, in una prospettiva avente l’Europa quale punto d’arrivo e, quindi, di partenza. Il Sersale sarebbe diventato per il territorio cerisanese e cosentino un vero e proprio ponte verso l’Europa: le basi erano state già poste, i contatti con diverse realtà extranazionali e comunitarie si facevano sempre più frequenti e le Sale del Sersale avevano iniziato a prendere confidenza con lingue e culture esogene, da rendere tosto fruibili e capitalizzabili ai giovani locali. Poi è successo qualcosa: i vertici comunali cambiarono, mutarono le strategie, gli orientamenti, le priorità: il Palazzo Sersale non fu considerato più una di queste e per sette anni esso ha vegetato in una sorta di limbo, fino ad oggi, fino al bando, che, per soli 30.000 euro, priverà, per due lunghissimi lustri, Cerisano, i cerisanesi e, a ben vedere la Regione, intesa come istituzione, di un bene incommensurabile, che avrebbe dovuto avere un ruolo primario nello sviluppo del territorio. Altro che sala catering.    Pierfrancesco Greco

PS: ma, poi, siamo sicuri che l’organismo regionale, dopo aver finanziato il progetto Sersale, al fine di farne un polo per lo sviluppo dell’artigianato locale, assisti inerte, mentre un tale patrimonio viene così frettolosamente “svenduto”? Pensiamo proprio di no!