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L'ennesimo oltraggio
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- Pubblicato: Domenica, 12 Settembre 2010 09:03
Ci manca una parte della nostra storia.
Non credo di essere il solo ad avvertire, in questo periodo, in questi giorni, un disagio malinconico, una nostalgica frustrazione, nel percorrere gli ameni vicoli e le suggestive piazze di un centro storico, come sempre, bello, oniricamente decadente, e, purtroppo, desolatamente svuotato; svuotato di tutto, soprattutto, di ardore vitale, giacchè privato di una dignità, di un’anima, di una nobiltà trovante, anni addietro, gioiosa apoteosi, proprio in questo periodo, proprio in questi giorni, con quello che era divenuto il più atteso appuntamento artistico, e, non nascondiamolo, anche mondano, del fine estate cosentino, con quel Festival delle Serre, che dal 1993 al 2000, per Cerisano, rappresentò non una mera kermesse di fine stagione, non una semplice rassegna musicale, non un lineare contenitore di esteriorizzazioni artistiche, ma un vero e proprio manifesto archetipico relativamente ad una concezione territoriale, sociale e politica, amministrativamente nuova e difficilmente emulabile. In altre parole, nel Festival delle Serre, nella sua articolata struttura, nel suo imponente meccanismo di gestione, nella sua stratosferica valenza artistico - musicale, finanziata con fondi esterni e, quindi, NON gravanti sul bilancio comunale, risultava compendiato tutto l’orgoglio, tutta la tenacia, tutta la voglia di riuscire nell’impresa di rendere questo nostro paese un modello culturale evolutivo, contestualmente alla realtà, spesso problematica, del mezzogiorno d’Italia. Non credo che tale intento si sia rivelato velleitario, anzi, la vasta ed eccelsa offerta artistica, coronata, in particolare, dalla cura riservata alla sezione jazzistica, capace di rivaleggiare con le altre rinomate manifestazioni punteggianti il panorama musicale regionale, costituì il cristallino palesamento inerentemente ai risultati che un’oculata, severa e pianificata azione amministrativa riesce, anche a fronte di una situazione difficile (quale era quella che, massimamente finanziariamente, il nostro paese attraversava nei primi anni ’90), a raggiungere. Non credo occorra delineare e rammentare il decadimento, stavolta non onirico ma ignominioso, lastricante il cammino del Festival nel decennio che va a concludersi: un decadimento, peraltro sovvenzionato da capitali comunali, che ha coinciso, a dimostrazione della congruenza simbiotica, nel tempo determinatasi, tra successo festivaliero e progresso territoriale nel suo complesso, con l’involuzione della macchina amministrativa e della cittadina, nell’interezza delle sue sfaccettature. Credo che tutto ciò, ossia l’inarrestabile detrimento, che sta distruggendo l’essenza culturale da cui fu generata la Kermesse settembrina cerisanese, svilendo l’eccellenza di una cittadina e offendendo la dignità di una comunità, sia facilmente rilevabile, anche dal più distratto osservatore. Credo che questa deprimente situazione non potrà essere emendata da una pantomima di Festival, da qualche spettacolino frettolosamente catapultato nelle sale del povero, “Vecchio”, Sersale, da qualche intervista trita, da qualche frase ad effetto, che non significherebbe assolutamente nulla: sarebbe, o meglio sarà, solo l’ennesima boccata di fumo beffardamente buttata, da quest’amministrazione, nei nostri occhi. Credo che questo inconfutabile fallimento (da cui NESSUNO, di coloro i quali lo hanno, negli anni, provocato, “stampellato” o, comunque, favorito, può trarsi fuori), dovrebbe indurci a chiudere, una volta per tutte, il conto, politico, s’intende, con chi ha la responsabilità di tale sfascio, anche con quelle “individualità, vecchie o riciclate, che, nel tentativo di marcare una risibile diversità con l’attuale stallo amministrativo, sempre più appaiono come ridicole figurazioni locali dell’antipolitica: l’antipolitica dell’inefficienza, del trasformismo, del compromesso. Credo che il paese non ne possa più; penso che noi non ne possiamo più; penso che i guasti prodotti (al Festival, al paese, in generale, ed alle CASSE COMUNALI, in particolare) siano già tali e tanti da far tremare i polsi e da rendere improcrastinabile una scossa purificatrice, in grado di mandare a casa la sottocultura al potere, relegandola in quella soffitta da dove, nel 2001, è stata avventatamente tolta fuori. Credo che, quando sarà il momento di pronunciarsi, ovvero tra qualche mese, noi cerisanesi sapremo scegliere al meglio tra il regresso ed il progresso, tra la cultura e la sottocultura, tra la clientela e la progettualità, tra la stabilità ed il dissesto (finanziario, s’intende), in definitiva, tra la Politica e l’antipolitica. Credo che questa scelta non presenti le caratteristiche del dilemma amletico. Credo, anzi, che sia, per il paese, qualcosa di scopertamente lapalissiano. Sicuramente è la nostra sola Speranza di cambiamento. NON TRADIAMOLA, QUESTA SPERANZA. NON TRADIAMOLO, IL NOSTRO PAESE. Pierfrancesco Greco Consigliere Comunale