Michel Fingesten e Cerisano, un incontro di Storia ed Arte
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- Pubblicato: Sabato, 07 Luglio 2012 06:22
Il "Picasso dell'ex libris"
Ad appena dieci chilometri da Cosenza, immerso nei rigogliosi boschi di castagno ed ulivo prosperanti lungo il placido crinale discendente dalle vette di Monte Cocuzzo fino alle sponde del Crati, sorge un piccolo borgo: 14 kmq circa, tremila anime appena, un’oasi di tranquillità, annidantesi attorno ad un centro storico emozionante, magico crogiolo di vicende, leggende e, soprattutto, tradizioni, quelle genuine, popolari, che, tra stradine, calli, piazze, emanano ancora atmosfere epiche ed ombrose, tempestose e preclare, naturalmente proprie di un passato feudale secolarmente legato alle vicende di una delle famiglie aristocratiche più potenti del Regno di Napoli, quei Sersale che tanta traccia hanno lasciato nel cosentino; tracce, come l’omonimo Palazzo, sorgente nella parte alta del borgo cerisanese e proscenio, negli anni ’40 del ‘900, dell’epilogo di un’eroica e drammatica vicenda umana ed artistica, quella di Michel Fingesten, ovvero uno dei più eminenti esponenti, nel panorama europeo e mondiale, dell’arte legata agli ex libris, colui che più d’ogni altro ha segnato l’evoluzione di questo filone nell’Europa del ‘900. D’origini ebraiche, subì sulla propria pelle le persecuzioni antisemite degli anni 30/40, riuscendo però a segnare un’epoca della cultura continentale. Ma, in effetti, chi era Fingesten? Cosa sono gli ex libris? Come s’è dipanato l’intreccio di accadimenti che ha portato uno dei profeti di tale intrigante forma d’arte a divenire parte, nobilissima parte, della storia di Cerisano? Andiamo per ordine. Michel Fingesten nacque a Buczkowitz (Slesia austriaca) nel 1884. Cresciuto nell’humus artistico-storico della grande Vienna, nel corso dell’avventurosa giovinezza e nella maturità, passate a vagare per il mondo (America, Australia, Italia, Germania), diede nuovo e decisivo impulso all’arte dell’ex libris, pur punteggiando la sua produzione artistica anche di numerose acqueforti e puntesecche in cui palese risulta la derivazione ironico-dadaista-anarchica dell’espressionismo tedesco. In quegli anni, l'artista cantò la vita e la morte, l'amore e le atrocità della barbarie degli uomini, ma sempre raffigurati con una punta di cinismo o ingentiliti da un tocco d'erotismo. Pur senza cadere nell'eclettismo o nel semplice figurativismo, si servì della citazione sia nel contenuto che nello stile. Divenne, in breve, un ricercatissimo esecutore di ex libris, genere che sviluppò in maniera autonoma e personale, rendendogli un'impronta artistica e di genio ben superiore al suo piccolo formato e agli scopi per cui era nato. Tratti apocalittici, estatici, nichlistici, specularmente confacentesi ad un contesto storico drammatico: questi gli elementi riscontrabili nei suoi ex libris, denotanti una personalità straordinariamente unica, quella di un artista, austriaco di nascita, ma apolide per esperienze e sensibilità, sulla cui grandiosa opera hanno, ormai da decenni, posto la loro attenzione insigni studiosi, interessati all’eminente poesia figurativa di questo “totem” dell’arte. Del resto, “Fingesten è un’artista che s’erge solitario e inarrivabile nel panorama europeo – ha, in proposito evidenziato, tempo fa, Giampiero Mughini, grande esperto della produzione fingesteniana e relatore, alcuni anni addietro di un convegno, incentrato sull’opera fingesteniana, svoltosi a Cerisano, in Palazzo Sersale – che sta alla storia dell'ex libris come Pablo Picasso a quella della pittura”: un’affermazione condivisibile e non di circostanza, quella del popolare giornalista e bibliofilo, che ben rende l’idea circa l’influenza che Fingesten ha avuto su un genere, quello dell’ex libris, alquanto atipico, lontano dallo stereotipo d’arte figurativa generalmente più prossimo agli umori del grande pubblico, ma non per questo di secondo piano. Tutt’altro, vien da dire: l’ex libris, nato come elemento didascalico-figurativo e identificativo da incollare all’interno delle copertine o sul frontespizio di libri rari (esso “era in effetti il marchio d’appartenenza da affiggere sul libro, un marchio la cui incisione era affidata dai committenti ad artisti da loro conosciuti e amati”, ha spiegato in proposito Mughini, nel corso di un’intervista rilasciata sulla tematica), ha conosciuto, nel corso del XX secolo, una nuova dimensione, esplorata e decodificata da alcuni artisti d’estrazione espressionista, soprattutto mitteleuropea, che in essa hanno sintetizzato le varie avanguardie del ‘900, dall’espressionismo, appunto, al cubismo, dall’astrattismo al surrealismo, dando genesi e forma ad un genere originale, prezioso e magnetico; quel magnetismo traente forza nella libertà intrinseca stante alla base del successo e della diffusione di tale forma d’arte. Del resto, l’ex libris è qualcosa che nasce dal rapporto tra una persona ed un'altra, tra il bibliofilo e l’artista: un rapporto, questo, per forza di cose molto libero, in cui l’incisore fa ciò che vuole, vedendo le cose come vuole. Consideriamo, in proposito, riallacciandoci all’opera di Fingesten, l’erotica di questo artista, che è qualcosa di strepitoso. Se lui avesse disegnato queste cose in chiave ufficiale, all’epoca l’avrebbero incarcerato: essendo, invece, queste opere destinate alla segretezza del cassetto privato, esse rappresentano il massimo della libertà. Un’arte libera, in cui si riflettono le tensioni, le inquietudini di un’epoca storica tormentata. Quel tormento che trovava intelligibilità nei sensi dell’artista, nei suoi schizzi, in quei pochi centimetri quadrati d’ex libris in cui riversare l’incertezza e l’angoscia di gente, di popoli, di nazioni, destinate a essere travolti da quella barbarie che di lì a poco avrebbe sconvolto l’Europa: la barbarie della guerra scatenata dal nazismo distruttore e antisemita, nemico d’ogni libera espressione dell’animo e come tale accanito persecutore di quelle forme d’arte che più d’ogni altre esprimevano, in libertà, la plumbea atmosfera di quella congiuntura storica. L’ex libris costituiva in tal senso “un‘enormità da fermare” per i nazisti: arte degenerata ("Entartete Kunst"), la classificavano, e degenerati consideravano i suoi cultori, i suoi profeti, i suoi iniziatori, il cui capofila era proprio Fingesten, costretto anche per questo a lasciare nel 1935 la Germania. I suoi ex libris riflettono un'era, sono quadri di un periodo, hanno la pienezza dello spirito, non hanno eguali per la visione anticipatrice e apocalittica degli orrori della guerra, nel contesto dell'arte europea di quell'epoca. Una visione, quella di Fingesten, tra le più creative e scintillanti dell’Europa tra le due guerre e, perciò, invisa ai seguaci della svastica. Era la visione di un meticcio, un figlio d’Europa, imbevuto della storia delle avanguardie d’inizio secolo e che, raggiunto il top della maturazione espressiva negli anni ’30, ci ha lasciato questi piccoli pezzi di carta costituenti un concentrato straordinario della sensibilità, degli stili, degli umori della cultura europea negli anni 20/30. Poi, come detto, quelle inquietudini facenti capolino nelle sue opere, quelle ombre risaltanti nei suoi pensieri tratteggiati, fecero drammaticamente irruzione nell’esistenza di Fingesten; nel 1935, in fuga dalle persecuzioni razziali a cui erano soggetti gli ebrei nella Slesia, si stabilì a Milano, ove incise circa 500 ex libris. In ogni caso, pur essendo già affermato artisticamente, la sua opera, legata ai temi della miseria, dell'eros e del pacifismo non si inserì nel clima culturale milanese. Probabilmente il suo antinaturalismo era estraneo alla tradizione naturalistica lombarda. Fingesten fu sostenuto, in quella fase soltanto da un esiguo gruppo di cultori degli ex libris, ritrovandosi in una posizione marginale nella realtà artistica lombarda, che, tuttavia, ebbe anche qualche aspetto positivo, dal momento che nessuno censurò le sue opere. Opere, la cui mole, in quel periodo, fu arricchita dalla pubblicazione di una cartella con 13 incisioni ("Essai de danse macabre". 1938) e una raccolta contenente 10 acqueforti e puntasecche (" Piccole annotazioni marginali sul tema della guerra: dedicato con disprezzo a tutti i nemici dell'umanità", 1939), rivelatrici rispetto alla sensibilità dell’artista afferentemente al dramma della guerra ormai imminente. Già, la guerra, quella guerra che di lì a poco avrebbe travolto tutto e tutti. Pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, Fingesten subì sulla propria pelle gli effetti delle leggi razziali fasciste; fu arrestato il 9 Ottobre 1940, ma non per il contenuto delle sue opere, bensì come conseguenza del decreto del 4 Settembre, che internava gli "ebrei stranieri", equiparandoli a cittadini appartenenti a stati nemici. Internato, dapprima, nel campo di concentramento di Civitella del Tronto, fu trasferito, nel novembre del 1941, in quello di Ferramonti, nei pressi di Cosenza. Rimase ivi fino al settembre del 1943, quando l’VIII Armata britannica giunse presso il centro d’internamento, primo campo ad essere liberato in Europa. Tornato in libertà, Fingesten si dedicò alla sua ultima opera, eseguita in Bisignano (Cs), ove realizzò un quadro su tavola raffigurante il martirio di San Bartolomeo, che si conserva ancora nell'omonima chiesa. Il lavoro, commissionato all’artista dal parroco di Bisignano, don Giuseppe Savaglia, fu eseguito in pochi giorni, circa una settimana. Del resto, Fingesten, di tempo, ne aveva ormai poco: gli anni trascorsi in prigionia, avevano minato gravemente il suo fisico e, nell’ottobre di quel 1943, fu ricoverato nel Palazzo Sersale di Cerisano, in quel periodo adibito ad ospedale civile. E proprio in quel nosocomio improvvisato, portato là dalla guerra, l’8 ottobre, in seguito ad un’infezione sopravvenuta dopo un intervento chirurgico, Michel Fingesten morì, legando così per sempre il suo nome, la sua arte, la sua storia a quella di Cerisano, ove ancora oggi riposano le sue spoglie, traccia visibile di un incontro: quello tra l’artista di levatura internazionale e il montano centro delle Serre Cosentine, avente l’arte, in tutte le sue espressioni (da quella pittorica a quella musicale), tra i suoi elementi identitariamente fondanti. Un incontro, avvenuto in un momento drammatico della storia europea; un incontro, che, dopo decenni di oblio, prende, oggi, la foggia di un didascalico crocevia tra la più aulica arte europea ed una realtà cittadina del meridione d’Italia, piccola nelle dimensioni, ma grande nella passionale emotività; una comunità, che nell’arte ha spesso ritrovato se stessa e, quindi, la forza di superare le difficoltà. Quell’arte, di cui il Mezzoggiorno è da sempre amorevole custode, vero scrigno in un’Europa spesso carente di autentici valori esistenziali; quell’arte, attraverso cui comprendere la nostra quotidianità. Insomma, quell’arte, nella quale, da Calabresi, da Italiani e, soprattutto, da Europei, ritrovare la nostra umana sensibilità.
Pierfrancesco Greco




