Interpreti della nuova politica

Per vincere o.... per perdere.

Chi ha avuto modo di assistere al raduno di Pontida del senatur Bossi avrà colto l’essenza populista nell’organizzazione del consenso di un movimento politico che è ben radicato al nord ma che trova emuli al sud con simboli diversi. Il capo della Lega  ha accusato, fra le altre cose, il fisco di essere rigido verso gli allevatori dimenticando che la politica fiscale è di competenza del più potente uomo di governo vicinissimo e graditissimo al movimento padano. Con le dovute proporzioni la mutazione genetica dei politicanti ha orientato il fare dei “movimentisti locali”. Infatti, il duo Mancina & Greco, ripudiando l’esperienza dell’amministrazione Greco Loris, si è posto in  discontinuità  col passato annoverando nelle proprie file esponenti di spicco o parenti stretti della squadra vituperata in campagna elettorale, accontentandoli, al primo consiglio, con la citazione di salvare “quanto di buono è stato fatto”. Mancina, novello alfiere del socialismo italiano, per ragion di patria, arruola persino Bosco, rappresentante di ben altra ideologia, apologo di una stagione e di un uomo del quale conserva e mostra, orgoglioso, cimeli storici. Non è il solo esempio. Altri, nel presentarsi dinnanzi al popolo sovrano, quali aspiranti amministratori, si sono accompagnati un giorno con l’ex PM De Magistris, paladino della legalità e dell’antiberlusconismo, e un altro giorno con i massimi  interpreti del pensiero e delle azioni del Cavaliere. Quanto basta a confondere le idee a un’opinione pubblica distratta e raccattare qua e là i consensi necessari alla vittoria. Tanto, l’importante è vincere. Tutto il resto sono chiacchiere.